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"C'è un altro mondo, ed è in questo" (Paul Eluard)
La mancanza di ciò che si desidera è una parte indispensabile della felicità.
Bertrand Russell
E' da tanto che non mi rifugio nelle parole battute su questa pagina bianca chiamata post, è come se un pezzo di sensazioni che accompagnavano lo scrivere su questo blog mi avesse ad un tratto abbandonato, come un'abitudine che perdi nel momento in cui, per un motivo o per l'altro, la trascuri. E questa sensazione di mancanza non mi fa sentire così bene, io che ho sempre avuto voglia di raccontarmi o di raccontare, sento che sto vivendo un'involuzione in me stessa, una chiusura che mi lascia ancora più malinconica e indifesa, e mi impedisce di sfogarmi e di aprire il computer e di scrivere il mio nome su Splinder e di arrivare su questa pagina e di lasciare semplicemente che le parole escano da sole e fluiscano e si adagino mollemente sulla pagina bianca chiamata post come le lacrime di un pianto leggero e quasi inconsapevole. Mi chiedo anche se il nome che porto sul blog abbia ancora senso....in questo caso dovrei raccontare di quante cose passate mi stanno abbandonando in questi giorni, oppure di come lo abbiano fatto da tempo e io riesca a capirlo solo adesso...e di come io mi ritrovi attonita di fronte al crimine commesso, chi me le ha date non avrei mai pensato che un giorno avrebbe potuto togliermele, e invece eccomi attonita a constatare che sono fuggite per sempre, crimine personale e collettivo, perchè speranze e vissuti ne ho tolti anche io agli altri. Potrei spendere ore fuggendo dagli appunti di arabo che mi aspettano, raccontando dei ricordi sepolti e delle cose che ho perso e che mi hanno abbandonato, di quelle future che non riesco che a scorgere, e che temo possano ingrigire e appassirsi subito dopo averle colte. Potrei passare il mio tempo cercando di dare un nome a queste cose, dicendo: "Questa è l'ingenuità, questo è l'affetto e il rispetto, questa è l'aspettativa collettiva, questa è la fiducia nelle persone, questo è il ricordo di un amico che stava bene...". Ma che senso avrebbe, poi, dargli un nome?Sarebbe come cercare di ricordare invano un amante che un giorno ti ha lasciato fredda e inconsapevole ad aspettare, riassaporare la sensazione di vuoto quando la fine raggiunge i giorni ed arriva sempre poco annunciata, problematica e malinconica. Potrei decidere di scioperare un giorno e dormire soltanto cercando di buttare la tristezza in sogni orribili, raccontando di come ci si senta soli ad essere incompresi e impotenti di fronte ai cambiamenti. Potrei farlo, ma dopo dovrei giustificare a me stessa ogni parola usata e quello che ci sta dietro, dovrei evitare di apparire ripetitiva o patetica o noiosa, e come al solito alla fine cancellerei tutto, come il tendere la mano che muore nella mente e non si traduce in atto al momento opportuno. E allora rimango nell'inesprimibile, chiudendo questa pagina che sento ancora una volta aver fallito, e mi ributto nello studio, pensando a ciò che manca e che desidero, chiudendo la mente a ciò che manca e non potrà più tornare. Siamo imperfetti e così anche ciò che chiamiamo felicità. Bene
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